Rifiuto di sostenere gli esami orali di Maturità. Semi di rivolta?

In questo stanco mese di luglio, dove ogni mattina ascoltiamo discorsi di politici e intellettuali prevedibili dalla prima all’ultima parola, dove si perpetua l’umiliante rito delle false sfide tra tribù politiche, avviene un fatto nuovo.
È la ribellione di alcuni ragazzi e ragazze che rifiutano di sostenere l’esame di Maturità. Questo è oggettivamente qualcosa che non si è mai visto, un fatto su cui bisogna riflettere.
Sui media la reazione alla notizia è stata abbastanza omogenea e improntata alla disapprovazione, lo stesso vale per i commenti delle persone (vedi social network e commenti agli articoli).
Alla fine, con vari gradi di aggressività, la società ha preso male questa piccola ribellione (nei numeri).
Commenti che parlavano di atti di arroganza o di vittimismo narcisistico; pochissima apertura per cercare di capire il perché.
Comprendiamo che il fenomeno è tutt’altro che secondario rispetto ad un dettaglio; la reazione quasi rabbiosa, piena di odio, del ministro competente.
Questa reazione può far pensare che questi tre ragazzi abbiano dato luogo – probabilmente in maniera del tutto inconscia – ad un atto politico, mettendo in discussione una “istituzione”, pietra angolare del sistema pedagogico-educativo su cui si fonda la nostra società.
È quindi ancora più opportuno cercare di comprendere invece di rinchiuderci nello status quo.
C’è stato subito un intervento interessante da parte del sociologoNicola Ferrigni dell’Università della Tuscia e direttore dell’Osservatorio “Generazione Proteo”.
Questo è l’inizio del suo discorso (che si può facilmente trovare su Internet – inserire la fonte):
“Quanto accaduto al liceo Fermi di Padova e al liceo Galilei di Belluno non è un semplice gesto di rifiuto. Due studenti hanno scelto, in modo diverso ma altrettanto chiaro, di non sostenere il colloquio orale per l’esame finale. Non per superficialità o disinteresse, ma per lanciare un messaggio forte e simbolico su quanti giovani oggi vivono la scuola: con distanza, con difficoltà, a volte con rassegnazione. Una scuola che valuta ma non ascolta, che misura ma non riconosce. È una manifestazione simbolica, silenziosa e profondamente pacifica. Ed è proprio per questo che colpisce. Perché si impone silenziosamente, ma con forza. Perché non cerca di farsi notare, ma lascia un segno indelebile.”(Ndr: gli studenti poi sono diventati tre).
Ma le critiche al sistema scolastico selettivo non sono certo nuove, a quanto si leggeDon Milani:
“La scuola è pensata per dare a tutti le stesse opportunità, non per premiare chi già sa”.
Don Milani considerava la scuola come uno strumento formativo che lavorava per mettere tutti i bambini nelle stesse condizioni di apprendimento e il lavoro dell’insegnante doveva essere molto orientato al raggiungimento di questo obiettivo; un processo che non avrebbe dovuto portare avalutazione selettivaMammavalutazione formativao attraverso lo scambio insegnante-studente, potrebbero colmare le lacune e i vuoti.
Oppure Pasolini, la cui vita è sempre stata profondamente legata al rapporto con i ragazzi di periferia, che parlava di scuola come luogo di omologazione, di appiattimento del pensiero, di mancanza di tregua critica, di libertà solo apparente, funzionale alla perpetuazione del dominio delle classi sociali al potere.
Sono passati molti anni dagli interventi di don Milani, Pasolini e tanti altri che tentarono di cambiare profondamente il modo di concepire l’educazione, ma non sembra che le cose siano migliorate. È diminuita la severità degli insegnanti (che spesso devono difendersi dagli studenti e dalle famiglie), è diminuito anche il carico didattico degli studenti, e quindi la fatica, ma tutto ciò che Milani e Pasolini denunciavano, cioè le disuguaglianze educative, l’ingiusta selettività e l’incapacità di insegnare il vero pensiero critico rimangono problemi irrisolti.
Molto interessante è anche la critica che fa.Luca Riolfi ePaola Mastracola in tempi più recenti. In sintesi, sostengono che la cosiddetta “democratizzazione” della scuola, che ha portato ad un abbassamento del livello di qualità, favorisce proprio i bambini che provengono da contesti sociali privilegiati e che possono accedere all’istruzione superiore attraverso altri canali. E questo blocca ancora di più il famoso “ascensore sociale”.
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C’è però un altro aspetto della “piccola rivolta” che sembra molto interessante, al di là della critica al sistema di insegnamento e di giudizio scolastico.
In questa ribellione vediamo – da parte di questa generazione di appena più adolescenti in tutto il mondo – il rifiuto della concorrenza da parte della società e i chiari segni di intolleranza verso la società che stiamo lasciando loro. Penso che sia ovvio che questa generazione di appena più adolescenti – in tutto il mondo – stia mostrando chiari segni di intolleranza verso la società così come gliela stiamo lasciando.
Pensiamo forse alle bande di giovani delinquenti che vogliono tutto e subito e rifiutano obblighi e doveri? Oppure vi ricordate degli hikkimori, che non sono certo un fenomeno unicamente giapponese? Oppure ripensi a Greta e al suo immenso pubblico? Movimenti che vanno ben oltre la semplice lotta al cambiamento climatico.
La verità è che il capitalismo, da anni, sembra aver imparato ad avvolgersi in belle confezioni (sì, certo, non è solo una questione di apparenza) e parla di etica, responsabilità sociale, sostenibilità. Ma poi ciò che conta è sempre il profitto e il ritorno del capitale, a tutti i costi. E per ottenere profitto c’è concorrenza sui mercati: tra Stati, tra aziende, tra persone. Non c’è via di scampo da questo modello. E ci sono regole da seguire (sempre più complesse) e percorsi da seguire, nessuno escluso.
Sembra che questi bambini si stiano ribellando a tutto questo.
Le società regolano le cose, gli individui si adattano, ma sotto scorre un fiume carsico. Il fiume del desiderio di libertà, del desiderio di una vita senza vincoli, forse anche di una “irresponsabilità” salvifica. E di tanto in tanto, questo fiume emerge in superficie e scatena momenti di ribellione.
Così è stato alla fine degli anni Sessanta, quando i movimenti studenteschi e hippie scatenarono negli Stati Uniti una dura protesta contro una società settaria, arretrata, chiusa e ottusa.
Come non pensare alle rivolte nelle università americane, contro la guerra del Vietnam, contro l’apartheid, ma soprattutto contro il soffocante conformismo.
Come non ricordare gli studenti di tutto il mondo che tengonoL’uomo unidimensionale di Herbert Marcuse,brandito come arma contro una società repressiva?
Jimi Hendrix ne suona una versione distorta e acidaStelle e strisce sul palco di Woodstock davanti a decine di migliaia di ragazzi e ragazze che ballano seminudi nelle praterie devastate, è lui il simbolo più potente di questa sete di rivolta contro il grigiore opprimente e opaco.
In America, la rivoluzione hippie finì rapidamente nel nulla e in Europa, il 68 si trasformò altrettanto rapidamente da rivoluzione libertaria (ricordate? Immaginazione al potere…) in una drammatica battaglia politica che di libertario non aveva nulla, anzi ne era addirittura la negazione.
Il fiume carsico scorreva di nuovo in profondità, la gente tornava nei ranghi, cominciava a pensare alla carriera, al denaro, alla stabilità, ecc. Per essere conquistata con le buone o con le cattive.
Ma forse questi due ragazzi e questa ragazza che si sono rifiutati di sostenere l’esame finale orale sono solo il primo segnale che il fiume sta risalendo in superficie.
Gli anni ’60 dell’illusione libertaria hanno avuto i loro cantori letterari:Kerouac a GinsbergAncheBurroughs a Corso,tutti autori che sono stati il supporto culturale e immaginifico di una generazione che voleva cambiare completamente la realtà.
Ci sembra doveroso concludere con le feroci parole di una poesia diLaurent Ferlinghetti:
“Il mondo è un bellissimo posto in cui nascere se non ti dispiace che alcune persone muoiano continuamente o magari muoiano di fame ogni tanto, il che non è poi così male se non sei tu.”
Chissà se chi ha deriso duramente questi tre ragazzi si renderà conto che questo rifiuto è molto più di un capriccio.
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A distanza di qualche settimana dalla “piccola protesta”, riteniamo opportuno aggiungere alcune note:
- Datene unoindagine organizzata da Unicef – Unisona Sembra che il fenomeno della competizione sia minoritario, meno del 20% degli studenti intervistati dichiara che a scuola esiste un clima di competizione, a fronte di una maggioranza che dichiara di sentirsi stressata, inadeguata o incerta, soprattutto a causa delle aspettative dei genitori, dell’immagine di ipercompetizione veicolata dal mondo del lavoro e dal carico di studio.
- Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Valditara, all’inizio di settembre, tra le novità introdotte per la maturità, ha reintrodottoesame orale obbligatoriofacendo seguito a quanto detto all’inizio di luglio: “Se uno studente non sostiene la prova orale, o decide volontariamente di non rispondere alle domande dei professori, […] perché vuole “non collaborare” o vuole “boicottare” l’esame, dovrà ripetere l’anno»
- Un’analisi più approfondita delle dichiarazioni degli studenti sembra rivelare, più che le caratteristiche di una protesta strutturale, fenomeni di insoddisfazione personale rispetto ai giudizi o al clima scolastico.
Ci proponiamo di effettuare analisi più approfondite e sistematiche, con l’ausilio di esperti scolastici e pedagogici, seguendo il percorso proposto da Vittorio Pentimalli: “Continuo a credere che questi rifiuti a sostenere l’esame siano un segnale: debole, minimo, ma da non sottovalutare. Ci sono molte braci che bruciano sotto la cenere“.
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