“Obtity” – Controversia di un concetto politico (anche)


Dopo la “crisi dei rifugiati”, che negli ultimi anni ha segnato profondamente l’Europa e l’Italia, il concetto di ospitalità ha assunto la rilevanza centrale nel dibattito pubblico e politico. Lungi dall’essere un semplice gesto privato di gentilezza, l’ospitalità è diventata una partecipazione etica e politica, un test per le democrazie contemporanee. Benvenuti a coloro che fuggono da guerre, persecuzione o condizioni di vita insopportabili oggi significano domande fondamentali: chi ha il diritto di entrare? Chi decide le condizioni di accoglienza? Quali obblighi morali e sociali implicano che si prende cura dell’altro?

In questo contesto, l’ospitalità rivela tutta la sua ambivalenza. Da un lato, rappresenta un’apertura verso l’altro, il riconoscimento della sua vulnerabilità e un tentativo di costruire legami di solidarietà e coesistenza. D’altra parte, proprio quando istituzionalizzato – attraverso leggi, regolamenti, dispositivi di controllo – l’ospitalità può diventare uno strumento per esclusione, selezione e subordinazione. Le pratiche di accoglienza si trovano quindi in un’area grigia, dove generosità e potenza, cura e controllo, spesso si intrecciano.

È in questo intermante che diventa urgente mettere in discussione il profondo significato dell’ospitalità e le sue implicazioni per la cittadinanza, l’identità e la giustizia sociale.

Non sappiamo cosa sia l’ospitalit

“”Non sappiamo cosa sia l’ospitalit».Con questa frase, Jacques Derrida (2000: 7, ostivitalità) riassume tutta l’ambivalenza del gesto da benvenuto. L’ospitalità non può essere definita in astratto, perché prende forma solo in contesti concreti, attraversato da emozioni contrastanti, relazioni asimmetriche, limiti materiali. È proprio nei rifiuti tra l’ideale della ricezione incondizionata e la pratica quotidiana che l’ospitalità rivela il suo carattere contraddittorio. A prima vista, appare come un gesto di apertura, generosità, cura dell’altro. Ma osserva con attenzione per afferrare il lato meno rassicurante. L’ospitalità non è mai neutrale: questo implica sempre una posizione di potere, una gerarchia, una condizione. E può facilmente trasformarsi in un’alta forma di controllo.

È da questa tensione che Derrida tratta il concetto alla fine degli anni ’90 – oggi più attuale che mai –ostinazioneUn neologismo che combina “ospitalità” e “ostilità”. Con questa idea, il filosofo mette in evidenza il tacito potere di coloro che ospitano l’istituzione di regole, limiti e condizioni di accoglienza. L’ospitalità non è quindi solo un gesto di solidarietà: è anche un dispositivo di standardizzazione. Il suo paradosso, per Derrida, è qui: promette l’apertura, ma la limita per mantenere l’autorità dell’ospite.

In questo senso,ospitalit ecittadinanza Questi sono concetti “gemelli”. Entrambe le tracce disegnano: tra coloro che hanno il diritto di rimanere e quelli che possono passare solo, tra coloro che appartengono e quelli che sono tollerati, tra coloro che stabiliscono le regole e quelli che devono adattarsi.

Debito invisibile

Poi c’è un altro elemento meno ovvio, ma proprio come incisivo: l’aspettativa del “contro-non-gone”. Coloro che sono i benvenuti dovrebbero in qualche modo restituire l’inversione. Mostra gratitudine, adattamento, non disturbare. Come ha spiegato l’antropologo Marcel Mauss (1925), ogni dono porta l’obbligo di rispondere con lei. E l’ospitalità non fa eccezione. Anche se presentato come “incondizionato”, è spesso accompagnato da richieste implicite: rispetto, conformità, invisibilità. Ecco come la persona accolta entra in una posizione fragile:Deve dimostrare di meritare l’ospitalit; Deve evitare di apparire “troppo impegnativo” o “per parole”. L’asimmetria è evidente, anche se si presenta con la faccia della solidarietà. Coloro che si rallegrano hanno il potere di definire ciò che è giusto, normale, accettabile. Che è accolto deve adattarsi.

Benvenuti in Select

Uno degli aspetti più ovvi diostinazione L’italiano è la sua natura selettiva. Alcuni, i “veri rifugiati”, i “rifugiati ucraini”, gli “minori stranieri non accompagnati” sono i benvenuti, mentre altri sono respinti, criminalizzati o semplicemente ignorati. Sono costruite le pieietazioni merite, in cui il diritto di accogliere dipende da criteri morali, politici o culturali. Le leggi sull’immigrazione, dalle Bossi-Finini ai decreti di sicurezza, al recente “Mattei Piano”, consolidano questa distinzione, trasformando l’ospedale in un privilegio riservato a coloro che si adattano, rispetto, non disturbano.

Questo approccio prende forma nei dispositivi governativi: il caso (straordinario centro di accoglienza) si apre e si chiude in base all’emergenza del momento; Le commissioni territoriali decidono chi ha il diritto di rimanere e coloro che devono andarsene; I bordi (da Lampedusa al confine italiano -loviano) si trasformano in luoghi di ostilità permanente, dove ogni gesto di ricezione appare come una minaccia da contenere. La lingua è anche attraversata da questa logica ostile: termini come “clandestino”, “emergenza”, “degrado” sono usati per delegittimare l’idea stessa di ricezione, per trasformarlo in un problema, un’anomalia per gestire o nascondersi.

Nelle città, questa ostilità si riflette nello spazio: l’accoglienza è tollerata solo se è invisibile, silenzioso, discreto. Dove non è possibile renderlo invisibile, provi a spostarlo ai margini. Sempre più spesso, l’attività di accoglienza viene lasciato in volontariato, mentre il benessere pubblico si ritira, ridotto a una presenza intermittente e inefficace. Pertanto, l’ospitalità cessa di essere un diritto e diventa un gesto condizionato e fragile, testato continuamente.

Ospitalità dal vivo

Tuttavia, tra ospitalità e ostilità, c’è un’area grigia, fatta di pratiche quotidiane: è in quest’area che si muovono volontari, mediatori, mosse assistenti sociali. Il caso di “famiglie accoglienti” – famiglie che accolgono un rifugiato nella loro casa per un po ‘di tempo che si svolge per alcune settimane in rari casi, in molti anni – è un esempio concreto dell’esperienza paradossale e dilematica di ospitalità. Mentre alcune ricerche sottolineano (Speranio e Limnedi, 2024), è in queste pratiche concrete che sono nate dai dilemmi che possono diventare profondamente politici: come rispettare l’altro senza annullare le loro abitudini? Come evitare di imporre? Come vivere con differenze radicali? Questi sono momenti scomodi ma preziosi, perché mettono in dubbio l’idea stessa di appartenenza, di sicurezza, della normalità. L’ospitalità non è quindi più solo un gesto di apertura, ma un processo di apprendimento. Non è una concessione, ma una relazione da coltivare, fare errori, ripensare. Queste pratiche mostrano che l’ospitalità è un processo fragile e trasformatore, non una determinata condizione. È qualcosa che viene costruito e messo in discussione, ogni giorno, in relazioni concrete con l’altro. È proprio rispetto alle contraddizioni che può emergere un significato più profondo di responsabilità e giustizia.

Conclusione: non invisibilità Controversie di ospitalità, ma per affrontarla

La vera sfida non è quindi eliminare (o invisibilità) l’ambiguità dell’ospitalità, ma imparare a riconoscerla e attraversarla. Ciò significa costruire forme di coesistenza che non annullano la differenza, che non trasforma la solidarietà in paternismo, il che non implica silenziosamente un dovere di gratitudine. Ciò significa anche accettare che l’ospitalità, per essere davvero etica e politica, deve essere in grado di trasformare le sue imperfezioni in occasioni per rivalutare costantemente le radici etiche politiche della vita comune. Deve esporsi al rischio di incomprensioni, conflitti, errore. È solo in questo modo che può davvero diventare un’apertura all’altro, non come una proiezione dei nostri ideali, ma come un incontro imprevedibile e trasformativo. In un momento in cui l’ospitalità viene invocata sia per includere ciò che escludere, riflettere sul suo carattere paradossale non è un lusso teorico. È un’emergenza politica.

Riferimenti bibliografici

Derrida, J. (2000). Ospitalità.Angelaki: Journal of Theorical Humanities,,5(3), 3-18.

Mauss, M. (1925). Saggio sulla donazione. Forma e ragione dello scambio nelle società arcaiche.L’anno sociologico1 (2), 30–186.

Speranio, E. e Limnedi, G. (2024). Dall’ospitalità a casa: una lente per i migranti a casa in Italia.Journal of Ethnic and Migration Studies1-19.



  • Ricerca cattista in sociologia nel Dipartimento di filosofia della “Piero Martinetti” della Milano State University. I suoi studi si concentrano sulla sociologia delle emozioni, sull’etica delle cure e sulla politica della vita civile.



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